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Per la morte di un copolavoro

(Texto de Gabriele D’Annunzio)
Para Coro mixto a cappella



Escrita para coro a capella, constituye la última escena del espectáculo escénico musical La Raya en el Agua, con el que se abrió, en septiembre de 1996, la Sala Fernando de Rojas del Círculo de Bellas Artes de Madrid tras un largo proceso de remodelación. Como cierre de dicho espectáculo, basado enteramente en la síntesis de elementos antagónicos, este coro final quiere proponer una reconciliación entre dos ideas bien opuestas: la negativa que podamos tener de un autor, en virtud de los rasgos de su carácter, de su ideario estético o de su actitud política, y la positiva que se deriva de la belleza de su producción artística. Se toman como símbolo las cuatro primeras estrofas de la oda Per la morte di un capolavoro, de D'Annunzio, por cuanto constituyen un hermoso poema escrito por una persona no precisamente ejemplar, desde el punto de vista ético y político.

En la representación teatral, el coro ha de cantar toda su parte en formación clásica y estática. A partir de la mitad de la escena, se producen una serie de movimientos fuera del escenario que anuncian el final del espectáculo. Dichos movimientos pueden producir sonidos y ruidos, aunque ello no debe disturbar la audición de la música: los músicos recogen y guardan los instrumentos en los estuches, y abandonan el foso y luego la sala; los elementos escénicos son retirados en silencio por los tramoyistas, etc. Todos estos movimientos y ruidos consecuentes carecen de sentido, obviamente, en la interpretación en concierto.

Para esta escena se han utilizado los siguientes fragmentos del poema de D'Annunzio:

Foreste su i monti, chiome fragorose
di oro di porpora e di croco
all'aquilone,
su l'aeree fronti
immense corone
che affoca il foco dei tramonti;
rosarii di rose
nate su i fonti solitarii
ancor tiepidi dell'Estate
che vi s'immerse;
orti, orti conclusi, pomarii
soavi cui l'Autunno pone
monili più gravi che quelli di Serse
poi che su le gemme celate
il bel garzone
ebro il pomo punico aperse;

voluttà della Terra, o fronde,
o fiori, o frutti,
gioia di tutti,
prole delle Stagioni sacre,
portento dell'Acqua e del Sole,
fronde fiori, frutti,
ecco, ora nati, ora distrutti,
chi mai si duole
oggi di vostra bella morte?
quale corda piange vostri dolci lutti?
Vivono le profonde radici nel buio attorte.
Ancora brilleran felici
i ramicelli,
e il suo acre
si farà di miele nelle polpe bionde.

Ma la creatura infinita,
in cui la mente
dell'uom fatto dio
continuò l'opera della divina
Madre e trasfiguró la vitaII
sotto la specie dell'Eterno;
ma l'effigie pura
in cui l'uom solo nell'oblìo
di sé mutamente
svelò la virtù del dolore
sotto la specie dell'Eterno
ma il mondo creato sopra la Natura,
ove con un gesto l'uom si fe' signore
del Fato e congiunse la sua forza antica
alla sua bellezza futura
sotto la specie dell'Eterno;

ma lo specchio dell'Ideale,
o Poeti, la misura degli Eroi,
la somma dell'Arte,
il vertice del Pensiero e del Mistero,
il segno visibile dell'Immortale
muore, o Poeti, non e più.
Perisce e non si rinnovella.
Da noi si disparte; non avrà ritorno.
S'oscura per sempre nella notte eguale.
Fronde fiori frutti nel sereno giorno
rivedremo noi,
la giovine Terra, la sua genitura,
e non l'infinita creatura bella!
Piangete, o Poeti, o Eroi,
per la luce que non è più,
per la gioia che non è più.



Fragmentos del poema "Per la morte di un capolavoro", de Gabriele D'Annunzio (de "Laudi del cielo, del mare, della terra. e degil eroi" - Seconda parte: "Elettra" -1904-, "La notte di Caprera")